Un romano a Londra
Diventato noto in tutto il mondo grazie alle sue fotografie di gossip pubblicate dalle riviste internazionali, celebrato da Fellini ne La Dolce vita (1960) come il fotografo sempre pronto allo scoop, Tazio Secchiaroli già nel 1960 aveva abbandonato definitivamente la fotografia d’assalto per entrare a pieno titolo tra i reporter di set, dedicandosi al cinema d’autore.
Federico Fellini lo aveva introdotto nel mondo di Cinecittà, la Hollywood italiana, dove Tazio si era fatto conoscere per i suoi modi garbati, altro che “paparazzo” (!), per la discrezione con cui si muoveva tra cast e troupe.
Sophia Loren – che lo scelse come fotografo personale per oltre 20 anni – più volte lo associò alla figura di un gatto sornione, acciambellato in un angolo tranquillo del set, ma rapido, agile, silenzioso, attento alla ricerca dell’inquadratura e pronto allo scatto.
Tazio Secchiaroli ha quindi trovato nuovi punti di vista nel mondo immaginato del cinema; nel 1966 ha già lavorato, oltre che con Federico Fellini, con Vittorio De Sica, Elio Petri, Pier Paolo Pasolini, Sergio Leone, Charlie Chaplin e molti altri.
Michelangelo Antonioni lo accoglie sul set per un servizio speciale su Blow Up, film girato interamente a Londra. L’accordo prevede che Tazio Secchiaroli rimanga in Inghilterra circa una settimana, il tempo di scattare un servizio, da proporre ai periodici, sul regista e gli interpreti del nuovo film; torna a Roma con due sensazioni opposte: da una parte il disagio per la difficoltà di collaborare con Antonioni, per il modo in cui il regista ha rovinato il suo lavoro, dall’altra parte la novità incalzante della gioventù inglese, così diversa da quella romana.
Sul set resta giusto il tempo di fotografare alcune scene, ma soprattutto il backstage; le pause di David Hemmings e Vanessa Redgrave, cui dedica anche un servizio di lei e le sue bambine, Natasha e Joely, mentre giocano tra loro o sono accudite dalla madre, nei tempi tra la ripresa di una scena e la successiva.
Tazio Secchiaroli trova più difficoltà con il regista, che non si offre mai all’obiettivo del fotografo, non ama essere seguito dal reporter, non vorrebbe nessuno sul set, se non il cast e la troupe, cerca silenzio e concentrazione; esattamente il contrario della bella, creativa confusione felliniana, dove il dialogo tra regista e fotografo appare continuo, ricco di spunti per entrambi e Federico Fellini, più che dirigere, sembra stia interpretando ogni ruolo del suo film, trascinato dall’improvvisazione in scena.
A Londra Tazio Secchiaroli trascorre molto tempo fuori dal set, nelle zone centrali e turistiche della città, rimanendo incuriosito soprattutto dalla vivacità dei parchi e delle vie. Riaffiora in lui lo spirito del cronista di strada, alla ricerca del particolare insolito, del “mai visto prima”. Vede luoghi affollati di giovani pronti a contestare un modo di vita che non riconoscono più proprio, a divertirsi in modo diverso, soprattutto a vestirsi con abiti pensati per loro a Carnaby Street. Tazio è colpito da queste “stravaganze” non ancora arrivate in Italia: ragazze in minigonna che abbracciano e baciano ragazzi in blue jeans, che entrano ed escono dai negozi, o coppie che riposano sdraiate nei prati, nell’indifferenza degli anziani che affollano i parchi. Li segue e fotografa realizzando un servizio a parte, rispetto al film, ma che con Blow Up si integra perfettamente unendo realtà e finzione in un realistico fuori scena. Nella busta originale in cui ancora oggi sono conservati i fogli dei provini a contatto una grande scritta a indicarne il contenuto: “Capelloni”, termine usato in Italia per definire i giovani fuori dagli schemi tradizionali, contestatori, che, anche nella capigliatura folta e lunga, trovano un tratto distintivo.
Come di consueto quando non è a Roma, Tazio Secchiaroli si affida ad un laboratorio locale per lo sviluppo della pellicola e la stampa dei provini a contatto, così da poterli proporre al regista e al cast per una prima scelta degli scatti. Pronto il materiale, fissa un appuntamento con il regista per mostrare il lavoro svolto fino a quel giorno; non sappiamo molto delle opinioni che si scambiarono, ma Michelangelo Antonioni sceglie un modo alquanto inusuale per indicare le foto che non approva: chiede a Tazio Secchiaroli, dopo aver visto i provini, di avere anche i negativi e a questo punto inizia a bucare i fotogrammi con una perforatrice per carta, come fosse un censore, in modo che non possano mai più essere stampati.
Tazio Secchiaroli rimase stupito e offeso da questo gesto, che dimostrava, secondo lui, come il regista non rispettasse il lavoro altrui, agendo in modo da danneggiarlo per sempre. Generalmente si usava segnare con un pennarello o una matita, sui provini, le fotografie gradite e quelle scartate, ma certo nessuno osava distruggere i negativi originali.
Tazio Secchiaroli decide: il suo soggiorno a Londra finisce qui, così come la sua collaborazione con Michelangelo Antonioni; prende le sue cose e lascia l’hotel per fare rientro a Roma, amareggiato. Qualche giorno dopo, ma ormai troppo tardi per riparare al gesto impulsivo, il regista Michelangelo Antonioni scriverà al fotografo Tazio Secchiaroli scusandosi, ammettendo che era stato per lui un giorno difficile, nervoso, in uno stato d’animo sbagliato, che non era stato in grado di apprezzare il lavoro di Tazio che invece, ora, riconosceva come valido, ma non poteva con un gesto di scuse riparare al danno ormai compiuto.
Fortunatamente Tazio conservò i negativi, annotando sulle buste “bucato da Antonioni”. Negativi che oggi sono non una semplice curiosità, ma un interessante punto di vista e di analisi per gli studiosi di cinema e fotografia.
Giovanna Bertelli

